Usi, costumi e tradizioni
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La famiglia
La famiglia: era la tradizionale famiglia patriarcale, insieme vivevano gli anziani, i figli, i nipoti, zii e zie. Ognuno con un lavoro da svolgere a seconda dell’età e del sesso. Ognuno trovava nell’altro aiuto e collaborazione. All’alba gli uomini erano già al lavoro nei campi, le donne in casa, ma pronte a raggiungerli con un fagotto di cibo, frugale, per dare loro un aiuto. Le giornate erano scandite dal rintoccare del campanile e prima del riposo notturno, la famiglia si raccoglieva, nelle belle stagioni sotto i volti, d’inverno nelle stalle riscaldate dagli animali, per la preghiera comunitaria: il Rosario, la preghiera per i vivi e soprattutto per i morti. Marito e moglie si davano del voi, e anche i piccoli così rivolgevano ai genitori e a tutti gli adulti.
le abitazioni
i cibi
La polenta era il piatto fondamentale: una polenta cotta a lungo sul fuoco, dura e consistente da affettare con il filo legato al tagliere. Le varianti erano la polenta taragna – tiragna a Bione – e il “brostol”: tra due fette di polenta veniva messo del formaggio e del gorgonzola, e una volta ben sigillato, veniva posto sulle braci. Una volta cotto, veniva incisa una croce e irrorato di burro fuso. Completavano i pasti le uova, lo stracchino, le verdure dell’orto secondo stagione, e i frutti del bosco. La carne era quella degli animali allevati in case, soprattutto di maiale, e di maiale era il condimento principale: il lardo. Si usava a che l’olio di oliva, ma non sempre lo si poteva comprare; si ricorreva allora all’olio di lino o a quello di ravizzone. Il burro invece veniva venduto ai più abbienti. In autunno c’erano castagne in abbondanza, dalle quali si ricavava la farina, ma anche seccate diventavano le “bilìne”, che poi venivano consumate nel latte.
Nei campi si coltivava il granoturco, un po’ di frumento, la segale, il miglio, la patata. Molto diffusa era la coltivazione della canapa, l’allevamento delle pecore e delle capre. Quando non bastava il fieno dei prati si andava sui monti a raccogliere il fé de mút, attività alla quale partecipavano anche le donne. Tutto il trasporto, del letame, del fieno, dei frutti, era fatto a spalle. Prima di caricare la fruschera con il fieno sulle spalle, il contadino si metteva la bastina, una specie di cuscino che veniva fermato con una striscia che passava sulla fronte. In primavera l’allevamento dei bachi da seta impegnava l’intera famiglia: l’allevamento del baco quasi completamente di competenza delle donne, le quali coinvolgevano i più piccoli nella raccolta delle foglie del gelso, pianta che ancora è largamente diffusa sul territorio di Bione. In casa si preparavano gli stracchini, i formaggi e il burro.
Usanze e costumi
All’inizio di un fidanzamento, il futuro suocero, accompagnato da un fratello o da un cognato, andava a far visita ai genitori della ragazza per chiederne la mano. In prossimità del le nozze era la futura suocera che, in compagnia di una parente, si recava a casa della ragazza per il toccamano. In questa circostanza le portavano un dono che spesso consisteva nel velo nero che la sposa avrebbe indossato in chiesa nel giorno delle nozze. Tutte le spese per la nuova casa e per la cerimonia nuziale, compreso l’abito della sposa, erano a carico del promesso sposo. Naturalmente la sposa portava con sé la dote preparata da tanto tempo. I genitori della sposa non partecipavano mai al pranzo del giorno di nozze, intendendo con ciò esprimere il dolore per il distacco della figlia.
Come in altri paesi della Val Sabbia, le future mamme evitavano di portare, durante la gravidanza, dei lacci al collo perché il nascituro non corresse il rischio di essere strozzato. Il parto avveniva in casa con l’aiuto della levatrice (la siura comar). I parenti non baciavano il piccolo prima del battesimo, cerimonia che si celebrava a pochi giorni dalla nascita. Nei primi quaranta giorni dopo il parto la mamma non si mostrava in pubblico: prima doveva sottoporsi al rito di purificazione che consisteva in una particolare benedizione. I piccoli, fino all’età di un anno, erano strettamente fasciati dalle spalle ai piedi. Quando si reggevano in piedi erano messi nell’andariì dove potevano muoversi avanti e indietro. Le mamme che allattavano un piccolo si recavano sovente alla santella della Madonna di Varás per implorare la grazia di avere latte in abbondanza o essere guarite dalle ragadi al seno. Ai più piccoli veniva invece raccontato, quando l’arrivo del fratellino o della sorellina era imminente, che i genitori sarebbero saliti fino al Santuario di San Vigilio a prendere il nascituro nella cisterna per l’acqua attigua all’eremo.
Quando moriva una persona, prima ancora dei rintocchi funebri della campana, un conoscente si recava da tutti i parenti del defunto per comunicare loro la triste notizia. Solo più tardi suonava una delle campane minori. Il campanone suonava soltanto in circostanze eccezionali quando moriva il sindaco, un combattente in guerra o la madre stessa del soldato. Il campanone della Pieve, che fino al 1929 era sede parrocchiale unica per il paese, suonava anche quando il combattente era della contrada di S. Faustino.
La povertà era diffusa: ogni giorno bussavano alla porta di casa i mendicanti che, biascicando delle preghiere, implora vano un pezzo di polenta o un piatto di minestra quotidiano contatto con la fatica, la povertà, il dolore, la vita era però nutrita di speranza e quindi anche serena, nelle frequenti occasioni di gioia familiare, nelle tante ricorrenze religiose si trovava motivo di sincera allegria. Basterebbe pensare al significato che avevano, e che ancora hanno, le feste al santuario della Madonna della Rupe o del Salto, a S. Vigilio, alla Madonna della Neve, a S. Bernardo o a S. Rocco
leggende e sport
Tra le leggende bionesi, una vuole che Corna Nibbia, sito archeologico dove è stata ritrovata una necropoli di 3200 anni fa, fosse un luogo magico, grazie anche alla presenza di grotte e anfratti; mentre per spaventare i più piccoli impedendo loro di inoltrarsi nei boschi e verso il Piano di Lò con l’oscurità, la tradizione bionese creò i Lenöc, creature mitologiche di grandi dimensioni, con un solo occhio, ricoperti di peluria e pelli di animali: il Polifemo della capitale della Conca d’Oro.
Lo sport per antonomasia, passatempo dei bionesi, era la bàla, o pallapugno, che richiamava in paese anche squadre da tutta la provincia: si giocava in tutte le frazioni e ogni contrada aveva la sua squadra. Due i campi di gioco però principali, veri e propri stadi a cielo aperto incastonati nel borgo: quello di Piazza Trento, dove si testavano le abilità tecniche e la velocità, visto lo spazio più ristretto, e quello di Piazza Caduti, sul sagrato della Pieve, dove invece, vista l’ampiezza, si mettevano alla prova le abilità tattiche e la potenza.
